mercoledì, ottobre 28, 2009
Dieci modi di vedere l'impresa collaborativa
Il sito di Collaborative enterprise.
Il rapporto "Social Learning introduction".
Per l'Unione Europea i navigatori diventano cittadini di serie B
Se il parlamento europeo sconfesserà se stesso ed approverà questa nuova norma proposta dal Consiglio ed in contrasto con quanto già deciso dal Parlamento stesso in Italia, ad esempio, potrebbero avere via libera, alcune norme e iniziative di legge che vanno proprio in questo senso, cioè di mettere sotto tutela chiunque pubblichi contenuti sul web e di impedere la libera circolazione delle idee e dei contenuti. Per chi come noi, insegnanti, educatori e formatori fa della straordinaria capacità della rete di trasformarsi in strumento di apprendimento e di elaborazione di nuova conoscenza anche attraverso il libero scambio dei contenuti e del sapere, una interpretazione più restrittiva - o addirittura una riscrittura - delle norme sulla tutela del diritto d'autore potrebbe rivelarsi una notizia non certo positiva.
giovedì, ottobre 22, 2009
Mobile learning in Africa
martedì, ottobre 20, 2009
Lasciate che le università vengano a voi
lunedì, ottobre 19, 2009
E' in arrivo l'onda di Google
giovedì, ottobre 01, 2009
L'elearning nei paesi emergenti
George Siemens (il padre della teoria connettivista) e Dave Comier (Web Technologies Specialist all'Università canadese di Prince Edward Island) cercheranno di dare una risposta a queste domande proponendo un corso gratuito online (in inglese e in francese) che avrà inizio nei prossimi giorni. Chi è interessato può iscriversi al corso sul gruppo AfricaIET09.
martedì, settembre 29, 2009
In missione per gioco
martedì, settembre 15, 2009
Online si apprende meglio
Probabilmente molto dipende anche dalla qualità dei contenuti, dall'efficacia dei sistemi di content management utilizzati e - almeno in parte - dall'approccio con cui gli studenti li affrontano.
Lo studio SRI.
SRI INternational .
L'articolo su InformationWeek che parla dello studio.
giovedì, settembre 10, 2009
Quello che non si riesce a vendere si regala
Linee guida Europee per la validazione dell'apprendimento non formale e informale
martedì, settembre 01, 2009
Apprendimento 1.0 Vs apprendimento 2.0
L'articolo: Gli ambienti di apprendimento personale per superare i limiti della conoscenza tra i sistemi di attività durante l'emergenza dell'età adulta .
lunedì, agosto 03, 2009
Le nuove sfide dell'apprendimento nell'era di internet
La società dell'apprendimento. Dal sapere alla capacità di saper selezionare nell'universo informativo, (da Nova24 Review n. 1/2007).
Le nuove sfide dell'apprendimento nell'era di internet
“… chi siamo noi, chi è ciascuno di noi se non una combinatoria di esperienze, di informazioni, di letture, d’immaginazioni? Ogni vita è un’enciclopedia, una biblioteca, un inventario d’oggetti, un campionario di stili dove tutto può essere continuamente rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili.
Italo Calvino
Le nuove sfide dell'apprendimento nell'era di internet
Il fatto è che la società è cambiata profondamente in questi ultimi anni e il sistema dell’istruzione no. Il mondo dell'educazione, ancorato saldamente ai vecchi principi delle teorie dell'apprendimento maturate nel secolo scorso è rimasto fermo, come a guardare in disparte, l'avvento del mercato mondiale globalizzato dei beni e dei capitali, la nascita della società multietnica e multi religiosa e l'affermazione della nuova economia della conoscenza condivisa e interconnessa resa possibile da internet.
Tutti i settori dell'economia e della società hanno dovuto fare i conti con questo processo e sono stati costretti a dare vita a profonde ristrutturazioni per poter rispondere e adeguarsi alla nuova realtà. Basti solo pensare ai processi di cambiamento che la globalizzazione ha indotto nei settori della produzione industriale dei beni di consumo, oppure nel sistema della distribuzione commerciale, oppure ancora, passando dal materiale all'immateriale, a cosa abbia significato l'avvento di internet e della possibilità per chiunque di creare contenuti in formato digitale e scambiarli con altre persone in tutto il mondo, per l'industria editoriale, discografica e cinematografica. In tutti questi casi ambienti produttivi fortemente strutturati sono stati costretti a de-strutturarsi ed a mettersi profondamente in discussione, pena la loro stessa sopravvivenza e questo può valere con uguale intensità per le industrie metalmeccaniche della Lombardia come per le grandi major che controllano il mercato della musica. E' impensabile, allora, che di fronte a un mutamento così profondo che coinvolge tutti i settori dell'economia e della società contemporanea solo il mondo della scuola e dell'educazione continui a rimanere uguale a se stesso.
E qui veniamo al tema di questo articolo. Qual è il ruolo giocato da internet nella rivoluzione prossima ventura che sta per investire il nostro sistema di apprendimento? In quali termini l’avvento del web ha già modificato il nostro modo di apprendere? In che modo l’e-learning (inteso qui come sinonimo di apprendimento online) può venire in aiuto di educatori e formatori per far si che i percorsi di apprendimento che essi progettano risultino più efficaci e maggiormente coerenti ai reali bisogni dei discenti? Ed infine in che modo lo stesso e-learning può e deve trasformarsi per essere realmente al centro di questo processo di cambiamento?
Il fallimento dell’-learning. L'e-learning non ha tenuto fede alle molte speranze suscitate. Doveva essere la tecnologia risolutrice che consentiva di promuovere la formazione degli adulti; formare milioni di persone a costi ridotti; rappresentare la soluzione tecnologicamente più adatta per veicolare i contenuti formativi in una realtà dove tali contenuti sono soggetti a frequenti cambiamenti. Doveva essere tutto questo e non è stato. Lo possiamo constatare direttamente ogni volta che abbiamo l'occasione di osservare da vicino o di utilizzare una delle molte proposte di corsi online realizzati dalle università o dalle agenzie di formazione. Il più delle volte si tratta di proposte formative rigide, veicolate da piattaforme riempite di contenuti che non vengono aggiornati e frequentate con scarsi risultati da pochi e annoiati discenti. Ma al di là delle sensazioni personali sono stati condotti anche alcuni studi molto seri su questo tema.
Joergen Bang, responsabile del dipartimento Information and Media Studies della università di Aarhus in Danimarca, elenca una lunga serie di fallimenti di esperienze di e-learning, legandoli principalmente al fatto che queste iniziative si sono limitate a spostare su web attività di apprendimento tipicamente residenziali. L’articolo di Bang evidenza anche come il modello economico su cui si sono basate molte esperienze di elearning e che prevedeva la possibilità di veicolare grandi quantità di contenuti a costi decisamente minori rispetto alla formazione tradizionale abbia clamorosamente fallito e come praticamente nessuno dei grandi progetti privati di erogazione di formazione via internet sia mai riuscito a ripagare i costi dell’investimento iniziale.[2]
Secondo Bang una delle principali motivazioni del fallimento di queste iniziative di elearning è dovuta al fatto che nel proporre i contenuti formativi ci si è limitati a riprodurre su web la struttura della classe tradizionale, utilizzando modelli pedagogici non funzionali al nuovo strumento, proponendo una trasmissione del sapere a una sola via (dal personal computer, che in questo caso sostituisce l’insegnante, al discente). Per questo motivo egli individua come possibile risposta a questo problema l’introduzione di proposte formative meno standardizzate, maggiormente commisurate sulle esigenze del singolo discente, realizzate attraverso forme miste di trasmissione delle informazioni (blended learning).
L’adozione nelle piattaforme di e-learning di modelli pedagogici non corretti è la causa principale del fallimento dell’e-learning di prima generazione anche secondo Alexander Romiszowski che in un articolo pubblicato nel gennaio del 2004 su Educational Technology, compie un’analisi di oltre cento pubblicazioni che descrivono altrettanti fallimenti o riuscite solo parziali di iniziative di e-learning. L’avere posto l’attenzione sulle innovazioni tecnologiche trascurando il progetto educativo, la scarsa conoscenza dei processi di apprendimento e di insegnamento da parte di chi ha progettato i contenuti, l’avere realizzato corsi sostanzialmente noiosi (poco interattivi) per uno strumento (il personal computer) che di per sé tende a favorire una maggiore disattenzione per chi legge: la combinazione di tutti questi fattori, secondo Romiszowski, ha determinato il fallimento della formazione online.
Per l’Italia non esistono dati aggregati sui risultati delle molte esperienze di formazione online finora sperimentate. Per quanto riguarda il mondo delle imprese è interessante notare tuttavia come negli ultimi anni sia drasticamente sceso il numero di società che forniscono servizi e software per l’e-learning e ad oggi il mercato italiano sia sostanzialmente controllato da un ristretto gruppo di operatori. Questi ultimi, a loro volta, hanno ampiamente rivisto le proprie proposte commerciali con la tendenza a sostituire le vecchie piattaforme con nuove proposte che contemplano l’utilizzo combinato della tecnologia con il rapporto personale discente/tutor (blended learning).
Segno evidente che le piattaforme di prima generazione non hanno funzionato. Le università italiane ormai nella quasi totalità possono vantare esperienze di e-learning al proprio attivo, ma queste iniziative sono spesso prive di sostegno finanziario, lasciate alla buona volontà di singoli docenti, ai margini dei centri decisionali e di potere, quasi sempre osteggiate dalla maggioranza dei docenti. Manca anche in questo caso una dettagliata analisi che valuti i risultati raggiunti dalle singole esperienze e che individui quali, fra le moltissime strade intraprese, abbiano effettivamente funzionato. Un discorso a parte invece deve essere fatto per le prime quattro università telematiche autorizzate nel nostro Paese. Si tratta di istituti che operano in un contesto legislativo poco chiaro e il cui funzionamento non viene garantito dalla qualità dei corsi e del servizio fornito, ma piuttosto da alcune agevolazioni di natura normativa.[3]
Dall'apprendimento formale all'apprendimento informale. L’avvento di internet e della società dell’informazione fondata sull’economia della conoscenza,[4] ha fatto sì che la rete sia diventata, contemporaneamente, strumento di lavoro e deposito delle informazioni necessarie per svolgere questo stesso lavoro. Lavoro e apprendimento dunque tendono a concentrarsi lungo gli stessi percorsi, a confondersi, quasi a fondersi senza soluzione di continuità. Accettare questo punto di vista significa, per gli educatori e i progettisti di contenuti formativi, rovesciare completamente la prospettiva fin qui dominante, spostare cioè l’attenzione dal concetto di formazione a quello di apprendimento. Questo significa spostare l’accento dallo studio all’esperienza, dal sapere codificato insegnato nelle aule e nei corsi tradizionali attraverso un rapporto di subordinazione docente/discente al sapere che apprendiamo nella vita di tutti i giorni, nel paritetico rapporto e confronto con gli altri. In altre parole questo significa che nella società caratterizzata dall'avvento della rete l’apprendimento di tipo informale è destinato a giocare un ruolo sempre maggiore rispetto alle altre modalità di apprendimento.
Dall'apprendimento intermittente all'apprendimento continuo. Prima dell'avvento della globalizzazione gli scambi internazionali di informazioni e di conoscenza coinvolgevano un ristretto livello di ricercatori, di scienziati e docenti universitari. Esisteva certamente una cultura universale, con identici valori condivisi, ma questa cultura era confinata dentro i limiti ristretti delle elite scientifiche e intellettuali. Sostanzialmente le stesse che per prime utilizzarono internet. Ma con l'affermarsi della globalizzazione e la nascita del libero mercato mondiale tutto cambia.
Nell'economia globalizzata tutto il mondo del lavoro e della produzione vive in un unico ambiente totalmente interconnesso dove non è più possibile la sopravvivenza di nicchie di sapere e di produzione (il cui destino inevitabile sarebbe quello di venire rapidamente copiate da altri e a costi minori) e dove l'unico modo per giocare un ruolo da protagonisti è di riuscire a mettere a punto tecnologie sempre nuove oppure servizi che contribuiscano a dare ai propri prodotti nuovo valore non riproducibile (sotto forma di ricordi, qualità della vita, simbologie uniche, ecc.).[5]
Oggi la vita media di una informazione viene misurata in pochi anni, se non addirittura in pochi mesi. Il successo registrato dalla nuova fase di internet, quella basata sullo scambio e sulla libera rielaborazione dei contenuti e delle informazioni, trova una sua precisa giustificazione proprio nella definitiva affermazione a livello mondiale dei principi della libera concorrenza e del libero mercato. Nel mercato chiuso e limitato del vecchio capitalismo figlio della cultura colonialista (quel capitalismo che - liberista a parole - escludeva nei fatti dalla partecipazione, dalla produzione e dal commercio internazionale fette rilevanti della popolazione mondiale, relegandole al ruolo di semplici consumatori di ciò che egli produceva) anche la conoscenza era chiusa (chiusa dentro alle istituzioni scolastiche, scientifiche e universitarie, chiusa dentro ai laboratori industriali e negli uffici brevetti delle grandi multinazionali) e proprio la chiusura della conoscenza garantiva all’Occidente la conservazione della propria supremazia tecnologica e industriale.
L'avvento della globalizzazione e di internet ha spazzato via tutto questo. Internet ha aperto le porte alla conoscenza condivisa. Attraverso la creazione di un numero potenzialmente infinito di connessioni fra persone e contenuti si innesca un processo di continue aggregazioni fra le diverse informazioni che, a sua volta, arricchisce di nuovo significato le informazioni di partenza. La connessione cambia il contenuto e il contenuto cambia di significato quando questo viene ripubblicato su internet in un contesto diverso dall'originale e messo in relazione con nuove informazioni. Tutto questo introduce un altro problema. Il libero scambio e la contaminazione delle informazioni, la continua generazione di nuove conoscenze, produce una quantità tale di nuovo sapere che difficilmente una singola persona è in grado di aggiornarsi e mantenere il passo con tutte le novità del suo settore.
Dal sapere lineare al sapere adattato ai diversi percorsi di vita. L’eccessiva quantità di informazioni prodotte dalla società contemporanea e dalle quali rischiamo di venire quotidianamente sommersi genera non pochi problemi per chi ha il dovere di tenersi aggiornato nel proprio campo di interesse. Ma genera problemi ben più seri a chi, per lavoro, ha il compito di progettare e realizzare percorsi di istruzione, formazione e aggiornamento creando dei contenuti che rischiano di nascere già obsoleti.
Il tema dell’information overload, l’eccesso di informazioni che produce negli individui ansia da tensione cognitiva è già noto e abbondantemente trattato in più sedi. Le risposte che sono state date per contrastare gli effetti negativi dell’eccesso di informazione sono molteplici e non sempre convincenti. Michael Schudson, uno dei più autorevoli studiosi dei fenomeni legati alla comunicazione di massa, ha lanciato l’idea del cittadino monitorante (monitorial citizen).[7] Il concetto di monitorial citizen consente di superare l’idea astratta (e probabilmente mai realizzata in concreto) del nuovo cittadino digitale costantemente informato e aggiornato su tutto per sostituirla con quella del cittadino vigile, che scandaglia, vigilando a bassa intensità di attenzione, l’ambiente che lo circonda e che si trasforma in cittadino attivo, in consumatore/generatore di informazione, solo nel momento in cui decide di intervenire in prima persona.
Per certi versi l’ideale di Schudson trova oggi una sua concretizzazione nella figura del blogger di tipo giornalistico. Questa può essere una soluzione del problema ma cosa facciamo quando l’universo di informazioni che invade il nostro ambiente riguarda il nostro lavoro, la nostra impresa, il nostro futuro immediato? Gli ambiti delle conoscenze professionali oggi, a causa proprio della destrutturazione subita dai processi produttivi, sono ambiti sempre più complessi, sempre più interconnessi, sempre più dipendenti da nuclei di informazioni che possono provenire da ambienti culturali anche molto lontani fra loro. In questo caso difficilmente possiamo essere in grado di compiere una selezione ragionata di quanto accade attorno a noi. Il rischio che corriamo è quello di escludere delle informazioni che invece potrebbero rivelarsi fondamentali.
Dal sapere come informazione al sapere come connessione. Se dunque la nostra esigenza non è più quella di impadronirci di un numero illimitato di nuove informazioni il nostro obiettivo sarà piuttosto quello di creare una rete di connessioni interpersonali all’interno della quale facciamo confluire/condividere il nostro sapere e che ci consenta di sfruttare le conoscenze di altri per raggiungere l’informazione di volta in volta cercata.
Nella società dell’informazione sarà sempre meno fondamentale la conoscenza delle tecniche (informazioni) di quanto non lo sia la capacità di individuarle e di interpretarle (conoscenza) alla luce delle diverse esigenze del momento.
Compito dei formatori sarà dunque di fornire gli strumenti e le capacità per orientarsi nel mondo della conoscenza interconnessa e condivisa in modo che il discente possa creare una propria rete personale di informazione. I progettisti dei nuovi percorsi di apprendimento dovranno dunque privilegiare il tema delle modalità di trasmissione del sapere (con quali strumenti cercare e condividere i contenuti) piuttosto che preoccuparsi di trasmettere il sapere in quanto tale.
Tabella 1) Le cinque caratteristiche del nuovo e-learning
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UNA NUOVA TEORIA DELL'APPRENDIMENTO NELL'ERA DIGITALE
I limiti delle tradizionali teorie dell'apprendimento. I percorsi educativi e formativi sono progettati con lo scopo di riprodurre dei meccanismi di apprendimento consolidati e ben descritti da formulazioni teoriche consolidate. L'utilità di queste teorie consiste nel fatto che esse descrivono in quale modo (procedura o situazione) si attivano nell’uomo i processi che consentono di apprendere (di fare propria) una informazione. Ne deriva che il primo obiettivo di un buon percorso di apprendimento è riuscire a ricostruire in laboratorio (ovvero nel contesto limitato in cui si svolge l’apprendimento, sia esso l’aula o lo schermo di un personal computer) gli stessi meccanismi descritti dalla teoria, in modo da favorire l’acquisizione e la ritenzione delle informazioni da parte del discente.
Il punto è che nessuna delle principali teorie dell'apprendimento attualmente utilizzate dai progettisti di contenuti formativi riesce ad interpretare la complessità e tutte le potenzialità dei percorsi di istruzione informale che avvengono sulla rete. Queste teorie sono state elaborate per interpretare i meccanismi dell'acquisizione di conoscenza all’interno di un mondo dove non era avvenuto l’impatto delle tecnologie digitali, la quantità delle informazioni era limitata e controllabile, la vita attiva di queste ultime durava decenni e la conoscenza veniva acquisita in maniera lineare. Tutti questi elementi consentivano un facile adattamento dei percorsi di istruzione alla teoria di riferimento. La teoria comportamentista ha rappresentato per decenni (ed in parte rappresenta tuttora) il supporto teorico del tradizionale insegnamento in aula. Secondo questa teoria, elaborata agli inizi del secolo scorso, l’obiettivo di un processo di apprendimento è l’assimilazione dell’informazione da parte del discente. Il comportamentismo viene superato (ma forse sarebbe più corretto dire, integrato) dalla successiva elaborazione della teoria dell’apprendimento cognitivo (cognitivismo). Questa è maturata a partire dagli anni ’60 del secolo scorso a seguito di una vera e propria rivoluzione culturale che ha rovesciato i presupposti della teoria comportamentista secondo cui il processo di apprendimento avveniva a causa dei condizionamenti dell’ambiente sulla persona, evidenziando come fossero piuttosto gli individui ad adattare l’ambiente esterno alle proprie esigenze e ad apprendere attraverso quest’opera di adattamento.
La teoria costruttivista (costruttivismo) maturata a partire dagli anni Settanta, anche grazie alle spinte al rinnovamento della società e del sistema scolastico che si manifestarono in quel periodo, fa salvo il presupposto del cognitivismo: è la persona che influenza l’ambiente. Ma rispetto a quest’ultimo muta radicalmente gli obiettivi educativi e cambia il procedimento attraverso cui matura l’apprendimento. Nel cognitivismo l’obiettivo dell’apprendimento è di dotare il discente di una serie di strumenti che gli consentono di interpretare la realtà e di affrontarla attraverso la definizione di strategie (strategia per la risoluzione dei problemi, strategie per la gestione della conoscenza, strategie per l’apprendimento di informazioni). Il costruttivismo, invece, considera perno del processo di apprendimento due elementi distinti: da un lato la persona che apprende attraverso la relazione che si instaura fra di essa e i propri pari; dall’altro la relazione che si instaura fra il discente e un artefatto che egli contribuisce a costruire.
Il susseguirsi delle principali teorie dell'apprendimento testimonia di per sé come già in passato i mutamenti della società hanno costretto il mondo dell'educazione ad una rincorsa continua per adeguarsi agli stimoli provenienti dalla società. La successiva affermazione di queste teorie ha significato un notevole cambiamento di ruolo per docenti e discenti. Questi ultimi si sono trasformati da passivi ricettori di informazioni (comportamentismo) a elemento centrale e attivo del processo di apprendimento (costruttivismo). In parallelo alla crescita di responsabilità attribuita ai discenti il ruolo del docente nel sistema educativo ha compiuto il percorso inverso. Nei sistemi di apprendimento comportamentisti l’insegnante è al centro del processo di apprendimento. E’ l’esperto che conosce il contenuto. E’ la persona che definisce qual è il comportamento che il discente deve tenere (l’obiettivo dell’apprendimento) e lo guida verso l’acquisizione di questo comportamento. Con il cognitivismo, invece, il docente diventa un semplice supervisore che accompagna il discente verso l’acquisizione del dominio di una procedura (vero obiettivo del processo di apprendimento cognitivista). Nella teoria costruttivista, infine, il docente è colui che crea (organizza) le attività di apprendimento e costruzione degli artefatti, ma il processo di apprendimento in sé è tutto demandato al discente e al modo in cui rapporta le sue conoscenze pregresse con quelle degli altri discenti.
La teoria connettivista. Ma veniamo alla domanda per rispondere alla quale è stata necessaria questa parziale e, me ne rendo conto, alquanto sommaria[8] digressione sulle principali teorie dell’apprendimento. Esiste un qualche rapporto fra l’e-learning e queste teorie? E, se questo rapporto esiste, quale teoria meglio si adatta per progettare processi di apprendimento che si svolgano all’interno della rete?
Se consideriamo internet sotto il suo aspetto di database universale, che raccoglie e propone, una parte rilevante di tutte le informazioni e del sapere, allora possiamo individuare nella rete stessa lo strumento ideale per costruire su di essa processi di apprendimento di tipo comportamentista. Ma la rete non è solo contenuto è anche relazione. Sul web coesistono una infinità di strumenti che facilitano la comunicazione interpersonale (l’e.mail, la chat, i forum, le mailing list, le newsletter e così via) che rappresentano il terreno ideale su cui poter costruire dei processi di apprendimento di tipo cognitivista. Infine la rete è anche strumento per creare e condividere. In particolare le applicazioni di content management di più recente sviluppo, che consentono di realizzare, pubblicare, condividere e ripubblicare contenuti multimediali rappresentano la strumentazione ideale per costruire quegli 'artefatti' che rappresentano la modalità attraverso cui avviene il processo di apprendimento secondo la teoria costruttivista.
Dunque ognuna delle tre principali teorie dell’apprendimento trova nel web risorse e strumenti che si adattano alla sua applicazione, ma nessuna di esse si dimostra in grado di interpretare le potenzialità del web nel suo complesso. Questo significa che ogni volta che si compie l'operazione di trasferire su internet, pure con gli opportuni adattamenti, un contenuto educativo progettato in origine per essere veicolato con altri mezzi, questo si adatta perfettamente al nuovo strumento ma non ne esprime tutti i registri comunicativi. I corsi che le scuole, le università, le agenzie di formazione pubblicano sul web sono facilmente fruibili, ma quasi mai generano esperienze coinvolgenti, quasi mai riescono a suscitare attenzione e interesse che sono i veri motori della riuscita di un processo di apprendimento. Il discente/navigatore (che già frequenta il web e ne conosce i vari registri espressivi) si trova di fronte ad un contenuto educativo che sotto utilizza le potenzialità del sistema e ne trae, quasi sempre, una sensazione di insoddisfazione: insomma, per dirla con una facile battuta, per una persona che frequenta abitualmente la rete fruire uno qualsiasi dei tanti corsi di e-learning dà le stesse sensazioni di un viaggio in Ferrari a
Allora il punto è: esiste una teoria in grado di aiutarci a comprendere i processi di apprendimento nella nuova economia della conoscenza e, di conseguenza, in grado anche di aiutarci a costruire dei percorsi di e-learning che siano efficaci? Il canadese George Siemens propone di adottare a questo scopo una nuova interpretazione teorica da lui chiamata connettivismo (connettivism). Come dichiara lo stesso Siemens il suo scopo è semplicemente quello di prendere atto del fatto che su internet è maturata una nuova modalità di apprendere, che caratterizza il processo di costruzione della conoscenza nell'era digitale e nella nuova società dell'informazione.
Di seguito elenchiamo i presupposti da cui parte Siemens per elaborare la sua teoria. In realtà si tratta praticamente degli stessi presupposti che abbiamo evidenziato per definire le caratteristiche dell’apprendimento nella nuova economia della conoscenza: - l’apprendimento e la conoscenza risiedono nella diversità delle opinioni; - l’apprendimento è un processo di connessione di nodi specialistici e di fonti di informazione; - la conoscenza non è più acquisita in maniera lineare (quindi non è più adattabile alle teorie dell’apprendimento tradizionali); - le tecnologie sostituiscono molti dei compiti dei discenti che un tempo costituivano il perno dei processi di apprendimento (ad esempio l'acquisizione e l'archiviazione dei contenuti); - le tecnologie consentono una moltiplicazione esponenziale delle informazioni che rende sempre più complesso l'aggiornamento; - le imprese sempre più spesso ci chiedono prestazioni che esulano dal nostro bagaglio formativo, poiché sono - a loro volta - costrette a continui adeguamenti nell’organizzazione dei processi produttivi; - la rete è governata dal kaos (la connessione di ogni cosa con ogni cosa); - l'acquisizione di informazioni e conoscenza (obiettivi di ogni percorso di apprendimento) coinvolgono sempre di più ambiti non coerenti, nel senso che appartengono ad aree di sapere tradizionalmente insegnate in percorsi educativi separati.
Dunque, prosegue Siemens, il sapere di cui abbiamo bisogno per lavorare nell'economia della conoscenza non è più di natura fisica (come si costruisce un oggetto). Se si eccettuano le poche abilità di base necessarie per lavorare nella nuova economia della conoscenza (l’uso del pc, la capacità di accedere alla rete, la conoscenza dei software per l’ufficio, ecc.) tutto il nostro lavoro è incentrato sulla gestione delle informazioni e della conoscenza. Il presupposto del connettivismo è che la rete stessa è il luogo in cui si concretizza l’apprendimento. Ma la rete è anche il luogo in cui le informazioni si moltiplicano a dismisura. Quindi, dato che noi non possiamo accrescere le nostre conoscenze all'infinito, dobbiamo allora pensare all'apprendimento come ad un concetto che riguarda più il campo della socialità che non il nostro bagaglio di informazioni personali.
Sapere fare qualcosa significa sapere dove trovare le informazioni che ci servono per fare qualcosa. Se questi sono i presupposti allora è altrettanto evidente che il fulcro di un processo di apprendimento efficace nella nuova economia della conoscenza non è più costituito dall'accumulo progressivo delle informazioni (il contenuto), ma piuttosto dalla cura delle connessioni che rendono possibile l'accesso alle informazioni: "the pipe is more important than the content within the pipe" (la conduttura è più importante del contenuto che trasporta) è il motto con cui Siemens riassume la sua teoria. In altre parole quello che conta per Siemens non è tanto apprendere all'infinito seguendo tutti gli stimoli che oggi ci arrivano da più parti, quanto piuttosto la capacità di restare connessi, di far parte con il proprio nodo (ambiente di apprendimento personale) di una ragnatela formata da altri nodi connessi fra di loro attraverso il web e lungo la quale fluisce la conoscenza.
Entrare a far parte di questo processo implica mettere a disposizione (condividere) con gli altri ciò che sappiamo. In questo modo il sapere di ogni singolo membro è costituito dall'insieme delle conoscenze di tutti i membri della rete stessa. Non importa se conosciamo effettivamente la singola informazione che ci serve, quello che conta è che questa informazione sia facilmente raggiungibile attraverso una richiesta effettuata con un post sul forum del gruppo, l'invio di una e-mail, la domanda posta in una chat, una telefonata e così via.
Se l’impostazione connettivista ha senso allora cambia completamente anche il nostro rapporto con le informazioni. Non ci dobbiamo più preoccupare di rincorrere le informazioni per aggiornarci su tutto quello che potrebbe risultarci utile, ma possiamo limitarci ad imparare solo quello che veramente ci interessa e metterlo a disposizione anche degli altri. Il tempo così risparmiato può essere allora dedicato a migliorare la qualità dei rapporti e delle connessioni con gli altri nodi di apprendimento personali che fanno parte del nostro sistema di apprendimento; ad affinare il livello del nostro contributo alla rete; a perfezionare la nostra capacità di decisione: scegliere cosa imparare e riuscire a comprendere la reale portata di una nuova informazione sono elementi fondamentali per sfruttare nel modo migliore un ambiente di apprendimento connessionista.[9]
Se nell'economia della conoscenza l'apprendimento è un processo deputato alla libera scelta del singolo e la qualità dei contenuti è legata alla qualità della rete relazionale, allora ci si chiede quale può essere in questo ambiente il ruolo del docente e del formatore. Ovviamene questo ruolo c'è. Ma non sarà più incentrato solamente sulla trasmissione di specifiche conoscenze, quanto piuttosto sulla sua capacità di guidare il discente verso la comprensione delle potenzialità del web. Il suo primo compito sarà quello di disegnare un ambiente di apprendimento ottimale. Partendo dalle caratteristiche di ogni singolo discente e dall'analisi delle sue esigenze di studio e di lavoro egli dovrà scegliere fra i molti strumenti e servizi offerti dal web il 'pacchetto' con la combinazione ottimale ed introdurre il discente neofita alla comprensione e all'uso di questi strumenti, in modo da consentirgli di maturare i presupposti necessari per essere un elemento attivo della rete di apprendimento: consapevolezza di se e una buona padronanza degli strumenti.
Dall’ingresso consapevole in rete nel ruolo di attore ancora sostanzialmente passivo al punto di arrivo di un processo di formazione connessionista (la creazione in rete di un nodo attivo di apprendimento) esistono una serie di passaggi intermedi nel compimento dei quali il discente può essere agevolato dalla presenza di un docente/tutor che lo sostiene e lo guida, anche se sua sarà la responsabilità del compimento dell'intero percorso.
DAL WEB 2.0 ALL’E-LEARNING 2.0
La nascita del web collaborativo. L’affermarsi di questa nuova visione dell’apprendimento in rete è stato possibile grazie alle trasformazioni che la rete stessa ha maturato in questi ultimi anni, trasformazioni che vengono spesso per comodità riassunte con il termine web 2.0. La parola web 2.0 viene usata per la prima volta nell’ottobre del 2003 da Tim O'Reilly (editore di libri elettronici e sostenitore dell’open source), Con essa O'Reilly voleva definire la particolare trasformazione della rete che si andava trasformando sempre di più come luogo di partecipazione attiva e interattiva da parte utenti. Questa maturazione non iniziava certo allora, ma è a partire da quel momento che, trovato un nome ad un fenomeno, diventa automaticamente concreta anche la consapevolezza collettiva della sua esistenza. Il nome web 2.0 richiama volutamente la pratica in uso presso i produttori di software di definire con un numero progressivo le diverse versioni degli stessi. In questo caso il passaggio da internet
Una caratteristica fondante dei contenuti che circolano all’interno della rete (e in particolare nelle applicazioni web di seconda generazione), consiste nel fatto che questi contenuti sono generalmente liberati, non protetti da copyright o al massimo tutelati da licenze d’uso come la creative commons (una forma di copyright molto flessibile) il cui reale obiettivo è quello di favorire la circolazione e il riutilizzo dei contenuti e del nome del loro autore.
Non è semplice descrivere esattamente in cosa consista il web 2.0, quali siano le applicazioni che ne fanno parte, quali siano i modelli di business possibili e quali le spinte che hanno dato vita al suo processo di affermazione. Solitamente per questo si fa riferimento ad un articolo pubblicato dallo stesso O’Relly nel settembre del 2005 e nel quale la definizione di web 2.0 emerge in modo implicito attraverso il confronto fra una serie di applicazioni appartenenti all’internet tradizionale e altrettante applicazioni che rappresentano l’evoluzione di queste applicazioni nel web di seconda generazione.
Tabella 2) Internet 1 e internet 2: principali applicazioni a confronto
Web 1.0 Web 2.0
DoubleClick --> Google AdSense
Ofoto --> Flickr
Akamai --> BitTorrent
mp3.com --> Napster
Britannica Online --> Wikipedia
personal websites --> blogging
evite --> upcoming.org and EVDB
domain name speculation --> search engine optimization
page views --> cost per click screen
scraping --> web services
publishing --> participation
content management systems --> wikis
directories (taxonomy) --> tagging ("folksonomy")
stickiness --> syndication
fonte: Tim O’Reilly, What Is Web 2.0. Design Patterns and Business Models for the Next Generation of Software.
La caratteristica che accomuna tutte le applicazioni e i servizi del web 2.0 è il fatto che esse consentono di utilizzare la rete come un desktop personale. Con gli strumenti del web 2.0 il contenuto viene creato, rielaborato e distribuito direttamente sul web, senza che sia necessaria l’intermediazione dei tradizionali software depositati nei dischi rigidi dei nostri pc. La rete diventa quindi la più efficiente e duttile delle piattaforme che consente, contemporaneamente, di rielaborare, produrre e diffondere i contenuti, di ritrovare e di organizzare le informazioni e di entrare in relazione con altre persone. Da questo momento tutto ciò di cui possiamo avere bisogno per lavorare e apprendere si trova in rete.
Dal punto di vista della tecnologia questa nuova versione di internet si distingue dalla prima (quella che abbiamo generalmente conosciuto finora, impostata su pagine statiche in html e sul concetto di ipertesto), per il fatto di consentire una diffusione pluridirezionale delle informazioni. Questa trasformazione è stata certamente resa possibile grazie allo sviluppo di nuove tecnologie[10] ma è stata prima di tutto imposta dal pubblico di internet, una realtà composta da individui che agiscono e interagiscono su base paritetica e quindi –almeno quando si trovano in rete- tendono a rifiutare i rapporti di tipo gerarchico caratteristici dell’economia tradizionale, sia per quanto riguarda i prodotti (produttore/consumatore; venditore/cliente), sia per quanto riguarda le relazioni interpersonali e professionali (responsabile/sottoposto, docente/discente e così via).
Questo fenomeno di radicale cambiamento nel rapporto fra le imprese e il proprio mercato di riferimento, determinato dall’avvento di internet è stato ben descritto in uno dei testi cult della nuova economia quel Clue train manifesto che introduce il concetto secondo il quale i nuovi mercati sono prima di tutto luoghi di conversazione e il compito delle imprese che vogliono essere presenti nel nuovo mercato dell’economia della conoscenza, non è più quello di imporsi sui consumatori con gli strumenti tradizionali del marketing, ma di conversare con essi da pari a pari. Ecco, se dovessimo definire in qualche maniera il web 2.0 potremmo dire che è proprio questo: un luogo di conversazione (di scambio fra opinioni diverse) e quindi – di conseguenza – anche un luogo di apprendimento.
L’e-learning 2.0. Un luogo di conversazione fondato sui contenuti che però le grandi aziende dell’economia massmediale, fornitrici di informazioni e contenuti, hanno fatto fatica a comprendere. E’ accaduto così – solo per fare alcuni esempi - che mentre l’enciclopedia Britannica (tempio del sapere strutturato tradizionale) compiva rilevanti investimenti per mettere su web i propri contenuti i navigatori la snobbassero per crearsi da soli una propria enciclopedia, quella Wikipedia che – a dispetto dei tanti detrattori – è oramai diventata un punto di riferimento autorevole del nuovo sapere dell’epoca di internet. Allo stesso modo è successo che mentre le major della musica si stavano alambiccando sul come fare per poter vendere sul web i propri contenuti in formato MP3 senza mettere a rischio i diritti d’autore e senza mettere in discussione i loro profitti nella rete è esploso il fenomeno di Napster e del file sharing e il modo di fruire la musica è completamente cambiato costringendo le stesse major ad adattarsi alle nuove forme di distribuzione dei contenuti per poter inseguire e mantenere il proprio pubblico.
E in questo modo potremmo continuare, raccontando decine di esempi simili (almeno uno per ognuna delle coppie di applicazioni web individuate da O'Reilly e presentate nella tabella 2). A questo elenco, tuttavia, dobbiamo aggiungere un ultima riga che ci interessa più da vicino e che O’Relly non aveva considerato, quella che riguarda l’elearning e il fatto che con l’avvento del web 2.0 le costose e sofisticate piattaforme per la gestione dei contenuti formativi formali, le così dette LCSM (Learning Content System Management), vengono sostituite da ambienti di apprendimento aperti, costruiti semplicemente utilizzando le applicazioni messe a disposizione gratuitamente dalla rete.
La nascita di questo nuovo modello formativo che individua nella rete la sede auto referenziale dei processi di formazione e aggiornamento; che considera l’apprendimento come un processo principalmente di carattere informale non separato dal resto della nostra vita; che individua nelle relazioni interpersonali l’elemento portante dell’acquisizione (interscambio) di informazioni; dove il discente è al centro del proprio processo di formazione del quale è direttamente responsabile, ha ovviamente messo in crisi i modelli tradizionali di e-learning ed ha portato a pensare che anche per la formazione online sia arrivato il momento di cominciare a parlare di seconda generazione, ovvero di e-learning 2.0. La teorizzazione dell’e-learning di seconda generazione parte dalla constatazione dei presupposti che abbiamo fino a qui descritto: il web ha decisamente cambiato il modo di lavorare e di rapportarsi di una intera generazione di persone (la così detta net-generation) fatta non solo di ragazzi, manche di impiegati e professionisti) e dunque i formatori e i progettisti di contenuti formativi devono ripensare gli strumenti e le modalità del proprio lavoro in funzione di dare una risposta a questa nuova realtà.
Come il suo fratello maggiore web 2.0 anche il neologismo e-learning 2.0 coniato nel 2005 dal canadese Stephen Downes[11] ha immediatamente goduto di ampio successo (oggi siamo attorno ai 2 milioni di pagine web che lo menzionano) e, come il web 2.0, non sempre viene utilizzato a proposito. Molte aziende del settore dell’e-learning, infatti, di fronte all’apparire di questo nuovo fenomeno, tendono a seguirne la moda semplicemente dando una ‘rinfrescata’ alle loro vecchie piattaforme. Queste vengono arricchite di qualche nuova funzionalità collaborativa e riproposte sul mercato come applicazioni targate e-learning 2.0. Ma resta comunque il fatto che qualsiasi piattaforma, per quanto aperta e flessibile possa essere, rimane comunque un ambiente circoscritto e non può quindi competere con le infinite possibilità di connessioni e di informazioni offerte dal web. Inoltre la rapidità con cui il web seleziona e propone sempre nuove applicazioni renderà anche queste piattaforme obsolete già nel giro di pochissimi anni, se non addirittura di qualche mese.[12]
Il successo delle piattaforme open source. Rispetto al recente passato bisogna però ricordare che un altro elemento sta fortemente cambiando il panorama dell’e-learning contemporaneo nel suo rapporto con la tecnologia. Mi riferisco al fatto che i produttori di contenuti (università, scuole, enti di formazione e anche aziende) ricorrono con sempre maggiore frequenza alle soluzioni open source. Generalmente si tratta di software che dopo diversi anni di sperimentazione e continui miglioramenti hanno raggiunto un elevato livello di affidabilità. Mentre le piattaforme proprietarie richiedono ingenti somme per l'acquisto o l'affitto della licenza d'uso le piattaforme open source sono completamente gratuite. Mentre le piattaforme proprietarie costringono gli acquirenti a sobbarcarsi costosi abbonamenti per usufruire di servizi di assistenza spesso poco disponibili, i principali software open source hanno visto costituirsi attorno ad essi delle comunità di apprendimento formate da un lato da programmatori che migliorano le prestazioni del programma e correggono gli errori indicati dagli utenti e dall'altro da utilizzatori della piattaforma che provvedono a fornire costante assistenza a chi è meno esperto. [13] Si tratta di vere e proprie comunità di pratica alle quali partecipano tutti coloro che utilizzano il programma e si mettono a disposizione del progetto comune segnalando errori ai programmatori o rispondendo alle richieste di aiuto dei neofiti.
Queste comunità di pratica rappresentano anche un esempio concreto di come funzionano le reti di connessioni fra nodi individuali che George Siemens pone alla base del processo di apprendimento connessionista.[14] I software open source hanno trovato fin da subito una grande rispondenza soprattutto negli ambienti universitari. In tutto il mondo (Italia compresa) sono centinaia (probabilmente migliaia) le università che dopo avere investito risorse ed energie nello sviluppo di sistemi di e-learning proprietari oppure per l’affitto di piattaforme dalle grandi software house che si trovano oggi a sperimentare anche l’open source. Capita spesso quindi di incontrare all’interno della stessa università la contemporanea sopravvivenza di due piattaforme di e-learning: quella ufficiale (pagata a caro prezzo e che impone onerosi costi di gestione) e quella open source adottata il più delle volte in via ‘sperimentale’ ma completamente gratuita e molto più efficace e duttile dell'altra piattaforma. [15]
Le piattaforme e-learning di ultima generazione siano o meno open source consentono una maggiore libertà di azione da parte del discente rispetto alle piattaforme tradizionali. Sono in grado di sostenere un’attività didattica più coinvolgente e aperta, con la maturazione di processi di apprendimento efficaci attraverso la pratica dello scambio di conoscenza fra pari e la costruzione di nuovi manufatti/contenuti secondo le modalità didattiche della comunità di pratica. Inoltre mantengono la prerogativa, fondamentale per qualunque processo di apprendimento formale (che necessità cioè di un procedimento di certificazione e di valutazione) di conservare tutte quelle tecnologie, ereditate dai primi sistemi di Learning System Management, che consentono di controllare e di valutare il lavoro del discente.
Tuttavia pure essendo maggiormente aperte e più rispondenti alle esigenze di espressione dei discenti anche le piattaforme di ultima generazione hanno un difetto importante, comune con le loro progenitrici: non sono ambienti aperti verso l’esterno. Questo elemento non è di secondaria importanza per determinare il successo o l’insuccesso di un’esperienza formativa in rete. Infatti se l’obiettivo di una piattaforma per l’e-learning deve essere quello di favorire la nascita degli scambi di informazioni, delle comunità di pratica e del sapere condiviso allora per quale motivo dobbiamo limitare le possibilità di espressione e di relazione dei discenti?
Fuori dall’ambiente chiuso di un corso online i discenti trovano altre persone con le quali condividere interessi, passioni e idee. I nodi di scambio di informazioni, le comunità di apprendimento informale che stanno sul web sono formate da persone che si ritrovano in un determinato ambiente digitale perché lo hanno scelto in prima persona, spinti dai loro personali interessi e da percorsi di apprendimento (comunque diversi) ma che in ogni caso convergono nella frequentazione della comunità online come libera scelta personale, non imposta dalla necessità di conseguire un qualche tipo di attestato. Inoltre - almeno potenzialmente - il confronto qui avviene fra persone e idee che provengono da tutto il mondo. Allora perché lo studente o il dipendente di un’azienda devono rinunciare a tutto questo per chiudersi dentro alle ‘mura’ di una piattaforma per la formazione a distanza? Per quanto innovativa e sofisticata essa possa essere rimane pur sempre un luogo chiuso, limitato. Perché mai il discente dovrebbe rinunciare alla possibilità di far parte di un nodo di apprendimento sul web, entrando in relazione con centinaia di persone interessanti, con contenuti sempre nuovi e rispondenti alle sue esigenze di conoscenza per confrontarsi invece con l'ambito limitato dei suoi compagni di corso?
Bisogna anche considerare che il discente che si avvicina autonomamente ad un corso online non è una scatola vuota, non arriva alla frequenza del corso partendo dal nulla. Dispone già di una sua personalità digitale fatta da un insieme di ‘presenze’ che possono andare dal blog, alla partecipazione a comunità di discussione; dalla frequentazione delle chat tematiche, alla partecipazione ai forum; dalla creazione di directories, alla iscrizione a newsletter; dal sito internet personale alla realizzazione di contenuti multimediali (podcast e videocast) e così via … Questo significa che chi ha il compito di valutare l'attività di un discente che ha frequentato un corso online deve poter valutare quest'ultimo non solo in funzione dei risultati ottenuti dalla frequenza al corso ma porre questi ultimi in relazione all'insieme della sua storia digitale.
Nella valutazione di un qualsiasi processo di apprendimento di tipo tradizionale la storia (scolastica, professionale, etc.) del discente rientra tra i parametri da considerare. Lo stesso deve poter accadere anche per la ‘personalità digitale' di un allievo. Insomma nella valutazione dei risultati di un processo formativo online si deve poter tenere conto di quanto i discenti hanno realizzato in passato, dei loro interessi e del loro percorso di maturazione testimoniato dalla qualità della loro presenza in rete.[16]
Varrebbe forse la pena a questo punto per gli operatori del settore di compiere il passaggio successivo e prendere atto che il web è la migliore piattaforma possibile. Sempre aggiornata, perché li accadono le novità. Sempre rispondente alle esigenze del pubblico, perché è sempre il che il pubblico decreta se una nuova applicazione ha successo oppure no. Sempre disponibile per l’apprendimento, perché raggiungibile da qualsiasi luogo e con qualsiasi strumento che consenta l’accesso alla rete. Ma questo ovviamente presuppone anche un drastico cambiamento nel modello di business di queste aziende che non potranno più contare sugli introiti garantiti dalla vendita o dall’affitto delle piattaforme e si dovranno invece concentrare sulla consulenza e sulla fornitura di servizi. I fornitori di e-learning di domani, probabilmente, venderanno meno software e meno contenuti ma più conoscenza. La conoscenza rappresentata dalla capacità di trasformare gli studenti e i dipendenti delle aziende loro clienti in nodi attivi della rete, la conoscenza rappresentata dai quei servizi di aggiornamento che terranno informate le aziende clienti dei nuovi applicativi e delle nuove possibilità che via via emergeranno dal progresso tecnologico. Ma questa è una strada ancora tutta da percorrere.[17]
NOTA CONCLUSIVA In queste pagine ho provato a descrivere quelle che a mio avviso dovrebbero essere le principali caratteristiche dell’apprendimento progettato per la nuova società dell’informazione.
Esse rappresentano il tentativo di determinare un percorso finalmente efficace per l’utilizzo della rete ai fini dell’apprendimento nella moderna economia della conoscenza. Il percorso teorico qui raccontato ha avuto origine in particolare da una scuola di pensiero raccolta attorno a due educatori canadesi (i già citati Stephen Downes e George Siemens) provenienti cioè da un paese nel quale l’e-learning è una necessità e dove i vari governi (nazionale e regionali) investono da anni fondi pubblici in ambiziosi progetti per lo sviluppo della formazione a distanza. Dunque una realtà che fra le prime ha dovuto fare i conti con le oggettive difficoltà che si incontrano nel progettare percorsi di apprendimento online che diano risultati soddisfacenti. Le stesse difficoltà che ha incontrato e continua ad incontrare chiunque, come il sottoscritto, operi da tempo nel mondo dell’e-learning.
Nel nostro paese il concetto di e-learning 2.0 e la necessità di dare un peso maggiore al lato informale dei processi di apprendimento inizia solo in questo periodo a farsi faticosamente strada come una delle diverse facce possibili della formazione online[18]. Ovviamente, per quanto riguarda la validità e l’efficacia del modello qui proposto, ancora non esistono applicazioni su larga scala, né studi specifici che ne misurino l’efficacia, quindi potrebbe essere agevole per chiunque esporre dei dubbi sulla sua validità. Sono però convinto che chi leggerà queste pagine e già vive ed opera all’interno dell’economia della conoscenza, i giovani studenti della net-generation, i professionisti e gli impiegati che già usano la rete come principale strumento di lavoro, si saranno riconosciuti in questo modello, come io mi ci sono riconosciuto.
NOTE AL TESTO
[1] L’apprendimento formale è, per convenzione, l’apprendimento che si sviluppa all’interno di un contesto educativo strutturato e formalizzato. E’ progettato come insegnamento e porta quasi sempre all’acquisizione di un riconoscimento di tipo ufficiale (diploma, attestato, certificazione, ecc.). L’apprendimento non-formale si concretizza invece al di fuori delle strutture tradizionalmente deputate all’istruzione e alla formazione e non porta a riconoscimenti ufficiali. Questo tipo di apprendimento viene solitamente fruito sul luogo di lavoro (ad esempio mediante l’apprendistato); oppure attraverso la partecipazione ad attività promosse da strutture della società civile (associazioni, sindacati, partiti politici, partecipazione al servizio civile, ecc). L’apprendimento informale è invece rappresentato da ciò che l’uomo apprende in modo non programmato nella vita quotidiana (non solo al lavoro, ma in tutti i contesti di relazione - come la famiglia e il tempo libero - e anche autonomamente a livello individuale). Per quanto quella informale sia la modalità di apprendimento sulla quale meno si sofferma l’attenzione da parte del sistema educativo si stima che essa rappresenti di gran lunga la forma di apprendimento più efficace (mediamente circa l’80% delle nostre informazioni sono acquisite in maniera informale).
[2] La critica di Bang è particolarmente significativa anche per la sede in cui viene esplicitata, il portale internet elearnineuropa.info, vale a dire il sito internet dell’Unione Europea che ha lo scopo di sostenere e diffondere i risultati positivi del programma di finanziamento comunitario e-learning. Ecco un elenco dei principali fallimenti segnalati da Bang: la NYU online - New York University (20 milioni di dollari di investimento); Fathom - un consorzio inter universitario che comprende anche la Columbia university (40 milioni); eCornell – Cornell University (12 milioni); la Open University della Gran Bretagna (20 milioni). E poi ancora in Europa altri fallimenti sono registrati dalla e- University del Regno Unito, l’Università digitale dei Paesi Bassi, l’università virtuale bavarese, quella della Finlandia e la net University Svedese. Tutte queste iniziative nel volgere di pochi anni sono state costrette a rivedere pesantemente le proprie strategie operative oppure a chiudere le attività.
[3] Si tratta della Guglielmo Marconi, della TEL.M.A, della Nettuno e della Leonardo Da Vinci. A spiegarci il meccanismo di funzionamento di queste università è una ricerca condotta da Salvatore Casillo, Vincenzo Moretti e Sabato Aliberti (Falso con lode) dedicata agli effetti negativi indotti dalle recenti riforme sul sistema universitario e i cui risultati sono in corso di pubblicazione. Queste università riescono a sostenersi finanziariamente grazie alla possibilità di stipulare convenzioni con enti privati e pubblici per il riconoscimento delle competenze professionali. Il meccanismo è molto semplice: un ente pubblico, oppure un ordine professionale, stipulano una convenzione con l’università in base alla quale questa riconosce un certo numero di crediti formativi ai loro iscritti o dipendenti che decidono di laurearsi (generalmente si tratta di quote che superano abbondantemente i 100 crediti formativi e che quindi consentono con pochi esami di ottenere il titolo di studio). Le università telematiche, che non hanno spese di struttura, non sostengono spese per la docenza perché utilizzano quasi esclusivamente collaboratori a contratto privato, incassano però una cospicua quantità di denaro da lato con le quote di iscrizione degli ‘studenti’ e dall’altro con il finanziamento pubblico per le università che – com’è noto – viene erogato proprio in base al numero di studenti iscritti. Insomma si tratta di un caso che potrebbe interessare più un’analisi delle patologie storiche della società italiana, che una ricerca sull’efficacia e l’efficienza dell’apprendimento a distanza.
[4] Questa definizione individua alcune rilevanti caratteristiche della società contemporanea. Quando si parla di società dell’informazione basata sull’economia della conoscenza si pone l’attenzione su due elementi: da un lato il fenomeno della crescita esponenziale delle informazioni e delle conoscenze generato da internet e dalla globalizzazione; dall’altro il fatto che queste risorse sono sempre più indispensabili nella moderna economia per generare ricchezza. La ricchezza non è più solo intesa in termini di produzione e commercio di beni materiali, ma soprattutto come capacità di produrre innovazione attraverso la conoscenza. Nella nuova economia della conoscenza cambia ovviamente anche il ruolo del consumatore. Contrariamente a quanto accade nella produzione materiale, il consumatore di un bene immateriale non si limita a "consumare" (distruggere) il prodotto così come viene fornito dai produttori, ma deve utilizzare le proprie conoscenze per impiegarlo nel modo migliore e per creare nuove esperienze cognitive per lui rilevanti o emotivamente coinvolgenti. Anche il consumatore dunque deve essere creativo e in questo senso sta dentro a pieno titolo alla filiera produttiva non ne è estraneo come nell'economia tradizionale.
[5] Sul concetto di ‘economia dell’esperienza’ anche come possibile risposta alla globalizzazione da parte dell’industria italiana segnalo il bell’articolo di A. Granelli (L’economia dell’esperienza e le nuove politiche per l’innovazione) nel numero 1 di Nova24 Review. [6] Informazione e conoscenza vengono spesso richiamate assieme e talvolta erroneamente utilizzate come sinonimi. Ma in realtà fra i due termini vi è una differenza ben precisa determinata dalla relazione che esiste fra di esse. Karl Wiig, il teorico del knowledge Management, definisce la conoscenza - distinguendola dall’informazione - come insieme “di fatti, verità, credenze, prospettive e concetti, giudizi e aspettative, metodi e saper fare”. Dunque se la conoscenza viene accumulata, integrata e mantenuta nel tempo per consentirci di gestire situazioni e compiti specifici, l’informazione consiste invece in fatti e in dati organizzati che ci permettono di descrivere una determinata situazione o condizione. In sostanza mentre l'informazione può esistere indipendentemente da chiunque la possa o meno utilizzare, e quindi può essere conservata su un qualsiasi tipo di supporto (cartaceo, informatico, ecc...), la conoscenza esiste solo in quanto esiste una mente umana in grado di contenerla e di applicarla.
[7] M. Schudson, The Good Citizen: A History of American Civic Life,Harvard University Press, 2000.
[8] Una descrizione più ampia e dettagliata (ma comunque sempre sintetica) delle principali teorie dell’apprendimento si trova su Dal Fiore F. – Martinotti G., E-learning, McGraw-Hill, 2006. Dove chi desidera maggiori approfondimenti può trovare gli opportuni rinvii bibliografici. Inoltre si possono consultare le voci Behaviourism, Cognitivism, e Constructivism su Wikipedia.
[9] Per approfondire il pensiero di George Siemens si veda il suo blog www.connectivism.ca.
[10] Le applicazioni del web 2.0 poggiano sostanzialmente su di una combinazione di soluzioni tecnologiche che vanno sotto il nome di AJAX (Asynchronous JavaScript and XML). Si tratta di una tecnica che consente di sviluppare applicazioni web interattive e dinamiche usando una combinazione di linguaggi quali, ad esempio, l’HTML per le parti statiche (grafica) della pagina, il DOM (Document Object Model) e JavaScript per mostrare le informazioni in forma dinamica (con la possibilità di interagire con esse); e il linguaggio XML per interscambiare e manipolare dati tra il browser dell'utente e il web server.
[11] Il blog di Downes; www,downes.ca.
[12] L’aspetto tecnologico è sempre stato rilevante nella breve storia dell’e-learning ma si è trattato fin da subito di una imposizione di fatto compiuta dalle aziende produttrici di software che hanno individuato nell’e-learning un mercato dalle enormi potenzialità di espansione accentrando così l’interesse sulle tecnologie a discapito dei contenuti. Quando Elliot Masie usò per primo il termine e-learning alla conferenza TechLearn di Orlando (ottobre 1999) egli si riferiva alla “e” richiamando non tanto il suo significato letterale di “elettronico” quanto quello, molto più complesso, di “esperienza” (experience learning) volendo con questo porre l'accento sulla molteplicità dei fattori che dovrebbero concorrere ad una evoluzione delle dinamiche dell’apprendimento in rete. In particolare Maisie individuava questi elementi di novità che grazie alla rete avrebbero portato all’affermazione di un nuovo modello di apprendimento: nuove modalità di coinvolgimento dei discenti; la curiosità e la voglia di “esplorare” generata dal web; la possibilità di simulare in rete situazioni pratiche; sviluppo di nuove forme di educazione assistita; crescita della tutorship tra pari; lo sviluppo di attività formative legate ai bisogni reali del mondo del lavoro; sviluppo di pratiche formative a supporto della produttività di chi opera in servizio; aumento del bisogno di “intensità” nelle esperienze formative; possibilità di garantire ai discenti risposte immediate sui loro bisogni formativi.
[13] La voce e-learning dell’edizione italiana di Wikipedia menziona ben 13 piattaforme open source, ma si tratta ovviamente di una selezione di quelle più diffuse.
[14] Per sperimentare l'efficacia di queste comunità la cosa migliore da fare e di scaricare sul proprio pc uno di questi programmi e provare a renderlo funzionante. Vi renderete conto, dopo esservi iscritti alla comunità degli utilizzatori del programma, di come ottenere l'informazione che vi serve (qualsiasi essa sia) sia sempre e comunque questione di pochi minuti di attesa dopo l’immissione in rete della vostra richiesta di aiuto.
[15] Secondo i dati dell'ultimo rapporto ANEE sulla diffusione dell'e-learning nel nostro paese il 43% delle università italiane sta sperimentando soluzioni open source per l’elearning.
[16] Il problema della corretta valutazione del percorso di apprendimento di una persona nell’epoca di internet e della società dell’informazione è già stato oggetto di ampie discussioni teoriche e di alcune sperimentazioni pratiche che hanno portato all’affermazione del concetto di e-portfolio inteso molto spesso in maniera semplicistica come corrispettivo dell’equivalente porfolio cartaceo. Anche in questo ambito le esigenze delle ‘istituzioni’, in particolare quelle scolastiche, portano a formulare dei modelli coerenti di e-portfolio che siano strutturati in maniera omogenea (con le medesime ‘sezioni’ e i medesimi strumenti di interazione) per consentire una più agevole valutazione da parte del docente. A nostro avviso invece dovrebbe essere lasciata piena libertà al discente di scegliere il proprio modello di presentazione e le modalità con cui effettuarla, così come dovrebbe essere lasciato libero sulla scelta degli strumenti (applicazioni) da utilizzare per realizzare il proprio porfolio.
[17] Sul fronte della scuola, ad esempio, negli Stati Uniti si sta già parlando da tempo di scuole web based, dove l'attività didattica potrebbe venire svolta completamente sul web utilizzando i servizi messi a disposizione gratuitamente su internet. Chi ha perfettamente compreso le potenzialità di un ambiente di lavoro/studio/divertimento tutto basato sul web sono i dirigenti di Google. Da circa un paio di anni a questa parte l'azienda californiana ha intrapreso una politica di acquisizioni che ha portato sotto il suo controllo decine di applicazioni di successo del web 2.0. Si va da Blogger.com (il principale fornitore mondiale di blog gratuiti), per arrivare alla costosa (1,65 milioni di dollari) acquisizione di YouTube, il sito che consente di pubblicare online i filmati personali; passando per acquisizioni meno rumorose ma altrettanto efficaci grazie alle quali Google controlla ora le tecnologie che gli consentiranno di offrire via web una gamma completa di programmi per l'ufficio, per la condivisione, la pubblicazione, la ricerca e l'archiviazione di contenuti digitali. L'ultima acquisizione in ordine di tempo (novembre 2006) ha riguardato la piccola JotSpot, una società che offriva un servizio per la condivisione di contenuti via web (wiki) ma che, a detta degli esperti, potrebbe fornire a Google le basi tecnologiche per creare l'unico elemento mancante della catena: il web desktop personale, cioè l’applicazione che consente di raggiungere da un unico accesso tutti i servizi web based forniti dalla società.
sabato, agosto 01, 2009
Due anni di open university
Via Osservatorio e-Learning dell'università di Bologna.
Il rapporto.